Inammissibile la conversione di un procedimento di adozione piena in altro di adozione mite

15 Dicembre 2023

È ammissibile convertire un procedimento, aperto per la dichiarazione dello stato di abbandono di un minore, in altro finalizzato alla declaratoria di semiabbandono, considerato che diverse sono le conseguenze che potrebbero derivarne: l’adozione piena piuttosto che quella mite?

Massima

Il giudizio di accertamento dello stato di adottabilità di un minore a causa della sua condizione di abbandono e quello volto a disporre l'adozione mite, ai sensi dell'art. 44, lett. d), legge n. 184 del 1983, costituiscono due procedimenti autonomi di natura differente e non sovrapponibili tra loro: il primo è funzionale alla successiva dichiarazione di adozione piena, costitutiva di un rapporto sostitutivo di quello con i genitori biologici, con definitivo ed esclusivo inserimento del minore in una nuova famiglia, mentre il secondo crea un vincolo di filiazione giuridica coesistente con quello con i genitori biologici, non estinguendo il rapporto del minore con la famiglia di origine.

Il caso

Su istanza del Pubblico Ministero Minorile veniva aperto un procedimento per la declaratoria di stato di abbandono di un minore con rilevanti problematiche, di tipo fisico e psichico, i cui fratelli erano già stati dichiarati adottabili; a conclusione di un lungo iter giudiziario, la Corte d’appello, verificata l’esistenza di sufficienti risorse in capo ai genitori, purché adeguatamente supportati dalla rete di persone loro vicine e dal servizio sociale, in riforma della sentenza di primo grado, dichiara lo stato di semiabbandono del minore, in funzione di un’adozione mite. La Suprema Corte cassa il provvedimento impugnato.

La questione

È ammissibile convertire un procedimento, aperto per la dichiarazione dello stato di abbandono di un minore, in altro finalizzato alla declaratoria di semiabbandono, considerato che diverse sono le conseguenze che potrebbero derivarne: l’adozione piena piuttosto che quella mite?

Le soluzioni giuridiche

Come è noto, l'adozione “piena” di minori (in precedenza nota come adozione “legittimante”) trova la propria disciplina nel titolo II della l. 184/1983 ed è finalizzata ad inserire un minore abbandonato in una famiglia, composta da una coppia di coniugi, di cui assume lo stato di figlio, come se fosse stato generato da loro. Il procedimento si struttura in due fasi, la prima, finalizzata alla declaratoria di stato di adottabilità del minore, a fronte di un'accertata situazione di abbandono morale e materiale, non imputabile a cause di forza maggiore di carattere transitorio; la seconda, dopo un periodo di affidamento preadottivo di quel minore ad un'aspirante coppia ritenuta idonea, si conclude con la sentenza di adozione.

In questi ultimi anni, anche per l'influsso della giurisprudenza della Corte EDU, l'adozione piena si è andata sempre più configurando quale extrema ratio, tanto che il novellato art. 15 della cit. l. 184 richiede ora anche la provata irrecuperabilità delle capacità genitoriali in un tempo ragionevole, per poter dichiarare lo stato di adottabilità di un minore. In altri termini, la presenza di uno stato di abbandono, morale e materiale deve confrontarsi con la possibilità di un recupero delle capacità dei genitori (ma anche dei parenti entro il quarto grado), nel rispetto peraltro dei tempi del minore, che necessita senza indugi di poter crescere in un ambiente idoneo a garantirgli il doveroso accudimento.

Sulla scorta della fruttuosa sperimentazione intrapresa da alcuni giudici di merito (soprattutto dal Tribunale per i minorenni di Bari, sotto la presidenza del Dr. Occhiogrosso), è stata elaborata la concorrente figura dell'adozione “mite”, per offrire un'adeguata sistemazione per quei minori in condizione di c.d. “semiabbandono”, quando si configurino risorse in capo agli esercenti la responsabilità genitoriale, ma sia opportuno individuare altra famiglia che ad essi si possa affiancare e che assuma la responsabilità genitoriale. Le norme di riferimento sono quelle di cui al capo IV della l. 184, relativo all'adozione in casi particolari, ed in particolare l'art. 44 lett. d). Detta forma di adozione può essere pronunciata ove non sussistano gli estremi dell'abbandono, ma occorra perseguire l'interesse del minore ad essere inserito in un nucleo familiare adottivo, che potrebbe essere composto da due coniugi, ovvero da persone non coniugate, ma pure da una persona singola. L'adozione è mite, in quanto, pur garantendo al minore l'acquisizione di uno status “parafiliale”, non recide i rapporti, giuridici e di fatto, con la famiglia d'origine, permettendo così il mantenimento di una relazione del minore con i parenti di sangue.

In questo quadro così variegato è di recente intervenuta la Corte costituzionale con una pronuncia quantomai importante (n. 79/2022), che ha confermato il pieno fondamento dell'adozione mite nel nostro ordinamento. La Consulta ha infatti dichiarato l'illegittimità dell'art. 55, legge n. 184/1983, nella parte in cui, mediante il rinvio all'art. 300 c.c. (proprio del regime dell'adozione di maggiorenni) esclude che l'adozione in casi particolari possa comportare un vincolo di parentela tra l'adottato ed i parenti dell'adottante. A base dell'istituto dell'adozione, declinato nelle sue diverse conformazioni, sta l'interesse del minore (ed in questa prospettiva ben diversa è la ratio dell'adozione di maggiorenni, che ha come precipua finalità la trasmissione del cognome e del patrimonio). Partendo da questo presupposto, la Corte costituzionale rileva come l'art. 55 cit. privi il minore, adottato nelle forme dell'art. 44 l. 184/1983 della rete di tutele personali e patrimoniali, scaturenti dal riconoscimento giuridico dei legami parentali, che la riforma del 2102/2013 ha voluto garantire a tutti i figli a parità di condizioni, senza che possa darsi luogo ad un'interpretazione abrogatrice della disciplina specifica dell'adozione in casi particolari, in conseguenza del nuovo art. 74 c.c.

È stato così rimosso un forte ostacolo per le coppie che avessero inteso optare per un'adozione mite, piuttosto che per quella piena: il figlio, in precedenza, non avrebbe potuto avere, nella nuova famiglia che lo avesse accolto, sotto il profilo giuridico, alcun parente ed in particolare fratello o sorella, se i genitori adottivi avessero proceduto ad un'altra adozione (in forma mite o piena) ovvero generato un figlio biologico. Nel contempo sarebbe stato privato della ricchezza di avere ascendenti, il cui rapporto con i nipoti è stato valorizzato dall'attuale art. 317-bis c.c. Il riconoscimento di un rapporto di parentale con la coppia che abbia aderito ad un'adozione in casi particolari comporta, pertanto, la giuridica coesistenza di una parentela genetica, accanto ad un'altra adottiva.

L'adozione piena ha trovato il pieno favore della Corte Edu, la quale non ha mancato di stigmatizzare le carenze dell'ordinamento italiano, che non contempla espressamente una specifica disciplina, alternativa all'adozione piena. Tale Corte, in più occasioni, ha infatti precisato come l'art. 8 CEDU protegga l'individuo da ingerenze arbitrarie dello Stato (con obblighi di contenuto negativo) ma nello stesso tempo imponga allo Stato stesso obblighi di contenuto positivo, volti a realizzare concretamente il rispetto della vita privata. Del resto, la stessa Carta costituzionale (art. 30 Cost.) richiede alla legge di intervenire affinché la famiglia possa svolgere i suoi compiti, in caso di incapacità: solo quando gli interventi offerti non abbiano dato i risultati preventivabili, si dovrà far luogo alla adozione nella sua veste classica. Si tratta allora di bilanciare due diritti tra loro potenzialmente opposti riferibili allo stesso minorenne: da lato, a crescere nell'ambito della propria famiglia d'origine e, dall'altro, a trovare una famiglia sostitutiva, che ne possa svolgere le funzioni; il tutto nel presupposto che non si debba procedere ad una valutazione in termini di quale sia la sistemazione astrattamente migliore, occorrendo invece accertare se anche una famiglia deficitaria, possa rappresentare una sufficiente risorsa per il minore. Coerentemente, l'adozione mite ha acquisito la dignità di modello adozionale diverso da quello dell'adozione piena, anche nella giurisprudenza della Corte di cassazione, come del resto conferma la decisione in commento, con dovizia di precedenti.

Nel frattempo, la Corte costituzionale con sentenza n. 183/2023 ha attribuito formale riconoscimento ad un altro modello di adozione, qualificato come “aperta”, ossia un'adozione piena che recide solo i formali rapporti giuridici tra il minore in stato di abbandono e la famiglia d'origine, ma non quelli affettivi e relazionali con i parenti che abbiano instaurato con lui un rapporto proficuo, la cui elisione potrebbe essere di pregiudizio per il minore stesso; ciò sulla scorta di un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 27, l. 184/1983; il tutto nel rispetto della doverosa riservatezza conseguente al nuovo status filiationis.

A fronte della pluralità di modelli di adozione previsti nel nostro ordinamento (ed in particolare quella piena, nelle sue diverse declinazioni, e quella mite) si configurano due procedimenti ben delineati e definiti con la conseguente impossibilità di un passaggio dall'una all'altra procedura e con l'altrettanto evidente impossibilità di una “conversione” della domanda del pubblico ministero, volta alla dichiarazione di adozione piena in altra di adozione mite. Sulla base di tale presupposto, la sentenza in esame,  conformandosi a precedenti dello stesso Supremo Collegio, tiene a precisare come, in assenza dell'accertamento dello stato di abbandono, non solo la domanda di adottabilità non può essere accolta, ma deve pure escludersi la possibilità di una sua conversione in domanda di adozione “mite”, con relativa dichiarazione giudiziale, come invece avvenuto nel caso di specie, di stato di semiabbandono e di adottabilità ex art. 44, lett. d, l. 184/1983.

Osservazioni

La decisione in esame dimostra la rinnovata attenzione della giurisprudenza verso l’istituto dell’adozione di minori. Esso, introdotto per la prima volta nel 1967 sotto la denominazione di “adozione speciale”, era finalizzato ad inserire un minore in stato di abbandono in una nuova famiglia costituita da una coppia coniugata, di cui acquisiva lo stato di figlio legittimo, recidendo ogni rapporto con la famiglia di origine, per “rinascere” in un nuovo contesto. A tale schema si è ispirata la riforma del 1983, che peraltro ha introdotto l’adozione in casi particolari in specifiche ipotesi, anche indipendenti da uno stato di abbandono. La duttilità di quest’ultimo strumento si è dimostrata proprio con l’elaborazione dell’adozione mite, volta a garantire al minore una famiglia di accoglienza, pur in difetto di quei rigorosi presupposti che presiedono all’adozione piena, anche temperata nelle forme dell’adozione “aperta”. L’adozione ex art. 44 l. 184/1983 lett. d) presuppone l’impossibilità di affidamento preadottivo (e dunque l’impossibilità di dichiarare lo stato di abbandono). Né va sottaciuto come proprio la norma da ultimo richiamata sia divenuta lo strumento comune per riconoscere un rapporto di genitorialità anche all’interno delle coppie same sex, fisiologicamente impossibilitate a procreare, quando il figlio, geneticamente di uno solo dei componenti della coppia, che ne è genitore ufficiale, sia nato da un progetto familiare condiviso.

Come osserva correttamente la decisione qui annotata, non si può prescindere dal rapporto di stretta derivazione causale tra accertamento dello stato di abbandono e dichiarazione di adottabilità: il procedimento avviato per la dichiarazione di adottabilità, sulla base dell’allegato presupposto fattuale dello stato di abbandono, non può convertirsi in accertamento di semi-abbandono, volto invece alla statuizione di adottabilità nei casi speciali di cui all’art. 44, lett. d) cit. In difetto dei presupposti dello stato di abbandono, esso deve concludersi con un provvedimento di non luogo a provvedere, senza alcuna preclusione alla possibilità di avvio di altro e successivo procedimento per la dichiarazione di adottabilità in casi particolari.