02 Luglio 2021

Con ordinanza n. 18610 del 30 giugno 2021 la Prima Sezione della Corte Suprema di Cassazione, nel definire un complesso giudizio che vedeva coinvolte numerose banche cui era stata contestata da una procedura concorsuale l'abusiva concessione del credito nei confronti della società fallita, ha statuito alcuni principi di diritto.

Con ordinanza n. 18610 del 30 giugno 2021 la Prima Sezione della Corte Suprema di Cassazione, nel definire un complesso giudizio che vedeva coinvolte numerose banche cui era stata contestata da una procedura concorsuale l'abusiva concessione del credito nei confronti della società fallita, ha statuito alcuni principi di diritto.

1) L'erogazione del credito che sia qualificabile come abusiva, in quanto effettuata, con dolo o colpa, ad impresa che si palesi in una situazione di difficoltà economico-finanziaria ed in mancanza di concrete prospettive di superamento della crisi, integra un illecito del soggetto finanziatore, per essere egli venuto meno ai suoi doveri primari di una prudente gestione, che obbliga il medesimo al risarcimento del danno, ove ne discenda l'aggravamento del dissesto favorito dalla continuazione dell'attività d'impresa.

2) Non integra abusiva concessione di credito la condotta della banca che, pur al di fuori di una formale procedura di risoluzione della crisi dell'impresa, abbia assunto un rischio non irragionevole, operando nell'intento del risanamento aziendale ed erogando credito ad un'impresa suscettibile, secondo una valutazione ex ante, di superamento della crisi o almeno di proficua permanenza sul mercato, sulla base di documenti, dati e notizie acquisite, da cui sia stata in buona fede desunta la volontà e la possibilità del soggetto finanziato di utilizzare il credito ai detti scopi.

3) Il curatore fallimentare è legittimato ad agire contro la banca per la concessione abusiva del credito, in caso di illecita nuova finanza o di mantenimento dei contratti in corso, che abbia cagionato una diminuzione del patrimonio del soggetto fallito, per il danno diretto all'impresa conseguito al finanziamento e per il pregiudizio all'intero ceto creditorio a causa della perdita della garanzia patrimoniale ex art. 2740 c.c.

4) La responsabilità in capo alla banca, qualora abusiva finanziatrice, può sussistere in concorso con quella degli organi sociali di cui all'art. 146 l. fall., in via di solidarietà passiva ai sensi dell'art. 2055 c.c., quali fatti causatori del medesimo danno, senza che, peraltro, sia necessario l'esercizio congiunto delle azioni verso gli organi sociali e verso il finanziatore, trattandosi di mero litisconsorzio facoltativo.

I fatti di causa. La Corte d'Appello di Roma respingeva, per difetto di legittimazione ad agire, la domanda della curatela di una società fallita nei confronti di numerose banche avente ad oggetto la richiesta di risarcimento del danno e reintegrazione del patrimonio eroso a causa dell'abusiva concessione di credito da parte delle stesse. Ad avviso della Corte territoriale la procedura concorsuale aveva difatti agito deducendo non l'attività illecita compiuta dalla società fallita tramite i suoi amministratori, rientrante nell'art. 146 l. fall., ma un'autonoma e distinta attività imputata alle singole banche. Secondo la prospettiva del giudice dell'appello il curatore, per essere tuttavia legittimato attivo all'azione verso i terzi, avrebbe invece dovuto azionare una pretesa direttamente collegata a un fatto (illecito o meno) commesso anche dalla società fallita tramite i suoi amministratori dovendo quindi coinvolgere il terzo in concorso con il fallito e provando il danno cagionato alla massa dei creditori.

Ricorreva per cassazione la curatela fallimentare deducendo vari motivi tutti finalizzati ad affermare la legittimazione ad agire del curatore nei confronti delle banche per il danno da queste cagionato con l'abusiva concessione del credito al patrimonio del soggetto fallito.

L'abusivo ricorso al credito e la concessione abusiva di credito. Prima di entrare nel merito dei motivi di ricorso formulati dal fallimento, la Corte procede con un inquadramento generale della fattispecie ricordando che la condotta di abusivo ricorso al credito è prevista dall'art. 218 l. fall. il quale sanziona gli amministratori, i direttori generali, i liquidatori e gli imprenditori esercenti un'attività commerciale che ricorrono o continuano a ricorrere al credito, dissimulando il dissesto o lo stato d'insolvenza (norma questa poi ripresa all'art. 325 del Codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza). In simmetria a detta norma, da tempo è stata individuata – sulla scorta del generale disposto dell'art. 1176 c.c. in punto di diligente esecuzione della prestazione professionale, e della disciplina primaria e secondaria di settore – una condotta, del pari illecita, di chi tale credito conceda, qualificata come concessione abusiva di credito: con essa, specularmente, si designa l'agire del finanziatore che conceda, o continui a concedere, incautamente credito in favore dell'imprenditore che versi in stato d'insolvenza o comunque di crisi conclamata. Sebbene nel nostro ordinamento non esista un generale dovere di attivarsi al fine di impedire eventi di danno, vi sono tuttavia molteplici situazioni da cui nascono doveri e regole di azione, la cui inosservanza integra la conseguente responsabilità: in particolare, dalla normativa che regola il sistema bancario vengono imposti, a tutela del sistema stesso e dei soggetti che vi operano, comportamenti in parte tipizzati, in parte enucleabili caso per caso, la cui violazione può costituire culpa in omittendo potendosi così ravvisare la violazione dei doveri gravanti sulla banca proprio a causa del proprio status. In altre parole, sulla banca gravano obblighi di comportamento più specifici di quello comune del neminem laedere, posto che l'attività di concessione del credito non costituisce mero affare privato tra le parti del contratto di finanziamento, attese le possibili conseguenze negative dell'inadempimento non solo nella sfera della banca contraente, ma potendo coinvolgere il soggetto finanziato e un numero indefinito di soggetti che siano entrati in affari con lo stesso.

La diminuita consistenza del patrimonio sociale per la protrazione dell'attività d'impresa. Chiarito quanto sopra, la Corte osserva che per quanto riguarda i profili civili risarcitori, dalle condotte di abusivo ricorso e di abusiva concessione del credito può derivare a carico della società finanziata, sul piano economico, il danno della diminuita consistenza del patrimonio sociale e, sul piano contabile, l'aggravamento delle perdite favorite dalla continuazione dell'attività d'impresa. Innanzi a tale pregiudizio il curatore è legittimato ad agire ex artt. 2394-bis c.c. e 146 l. fall., nell'interesse del ceto creditorio nei confronti degli amministratori, dei direttori generali e dei liquidatori. Inoltre, la società o i terzi potrebbero ritenere responsabili di siffatto pregiudizio anche le stesse banche finanziatrici, in forza dell'illecito sostegno finanziario all'impresa per la concessione o la reiterata concessione del credito. Si tratta della condotta della banca, dolosa o colposa, diretta a mantenere artificiosamente in vita un imprenditore in stato di dissesto, in tal modo cagionando al patrimonio del medesimo un danno, pari all'aggravamento del dissesto, in forza degli stessi interessi passivi del finanziamento non compensati dagli utili da questo propiziati, nonché delle perdite generate dalle nuove operazioni così favorite. Se è vero che il nostro ordinamento ha mostrato da tempo un evidente favor – rafforzato alla luce del difficile contesto economico generato dalla pandemia COVID – per il sostegno finanziario dell'impresa da parte del ceto bancario, ai fini della risoluzione della crisi attraverso istituti che ne scongiurino il fallimento, è altresì innegabile che l'ausilio creditizio all'impresa deve essere giustificato alla luce del criterio della meritevolezza. Vero è cioè che, di fronte alla richiesta di una proroga o reiterazione di finanziamento, la scelta del buon banchiere si presenta particolarmente complessa dovendo scegliere tra il rischio, da un lato, del mancato recupero dell'importo in precedenza finanziato e della compromissione definitiva della situazione economica del debitore, dall'altro, della responsabilità da incauta concessione di credito. Sicché ogni accertamento del giudice del merito al riguardo dovrà essere rigoroso rilevando soltanto, nel discrimine tra finanziamento meritevole e finanziamento abusivo, l'insussistenza di fondate prospettive, in base a ragionevolezza e a una valutazione ex ante, di superamento di quella crisi.

La legittimazione attiva del curatore fallimentare. Rileva allora la Corte che se, per un verso, il curatore non è legittimato all'azione di risarcimento del danno diretto patito dal singolo creditore per l'abusiva concessione del credito quale strumento di reintegrazione del suo patrimonio singolo, peraltro lo stesso è senz'altro legittimato ove si prospetti un'azione a vantaggio di tutti i creditori indistintamente, perché recuperatoria in favore dell'intero ceto creditorio di quanto sia andato perduto, a causa dell'indebito finanziamento, del patrimonio sociale. In questa ipotesi si tratterebbe infatti di un danno al patrimonio dell'impresa, con la conseguente diminuita garanzia patrimoniale della stessa, ai sensi dell'art. 2740 c.c., scaturita dalla concessione abusiva del credito – che le abbia permesso di rimanere immeritatamente sul mercato, continuando la propria attività ed aumentando il dissesto – donde il danno riflesso ai tutti i creditori. Un simile danno riguarda tutti i creditori: quelli che avevano già contrattato con la società prima della concessione abusiva del credito, perché essi vedono aggravarsi le perdite e ridursi la garanzia ex art. 2740 c.c., e quelli che abbiano contrattato con la società dopo la concessione di credito medesima, perché del pari avranno visto progressivamente aggravarsi l'insufficienza patrimoniale della società, con pregiudizio alla soddisfazione dei loro crediti. Siffatta azione, ad avviso dei Giudici di legittimità, si inserisce pertanto nell'ambito di quelle a legittimazione attiva della curatela la quale tutela sia la società sia la massa creditoria dalla diminuzione patrimoniale medesima. In altre parole, al curatore appartiene sia la legittimazione attiva a richiedere al finanziatore c.d. abusivo il risarcimento per i danni diretti cagionati alla società, sia quella per i danni indiretti alla massa dei creditori. Precisa poi la Corte che quando il curatore agisce per il danno patito dalla massa si tratta di una fattispecie del tutto distinta da quella per cui le S.U. con le note sentenze nn. 7029, 7030 e 7031 del 2006 esclusero la legittimazione attiva del curatore fallimentare. Distinta, appunto, poiché nella fattispecie in discorso il danno fatto valere è quello alla massa creditoria, quale posizione indistinta e riflesso del pregiudizio al patrimonio sociale, essendo indubbio che il peggioramento delle condizioni patrimoniali societarie arreca un danno a tutti i creditori, che vedono pregiudicata la garanzia patrimoniale generica e ridotte matematicamente le chance di soddisfare il loro credito; l'azione della curatela è, così, finalizzata alla ricostituzione del patrimonio del soggetto fallito, a vantaggio di tutti i creditori in concorso.

Il titolo di responsabilità verso l'impresa. Precisa ancora la Corte che la responsabilità della banca verso il fallito è a titolo precontrattuale ex art. 1337 c.c., avendo essa contrattato senza il rispetto delle prescrizioni speciali e generali che ne presidiano l'agire, dolosamente o colpevolmente disattendendo gli obblighi di prudente e accorto operatore professionale e acconsentendo alla concessione di credito in favore di un soggetto destinato, in caso contrario, ad uscire dal mercato; mentre si tratterà, più propriamente, di responsabilità contrattuale ex art. 1218 c.c., ove sia imputata alla banca la prosecuzione di un finanziamento in corso. In entrambi i casi, vuoi che la condotta abusiva pregiudizievole si esprima nella violazione di obblighi specifici, vuoi che si realizzi nella violazione del generale obbligo di buona fede di cui all'art. 1375 c.c., si tratta, secondo i Giudici di Legittimità, di responsabilità da inadempimento di un'obbligazione preesistente. In particolare, si tratterà di responsabilità di tipo contrattuale da contatto sociale qualificato, inteso come fatto idoneo a produrre obbligazioni ex art. 1173 c.c., da cui derivano, a carico delle parti, reciproci obblighi di buona fede, di protezione e di informazione ex artt. 1175 e 1375 c.c.

…segue: il titolo di responsabilità verso il ceto creditorio. Precisa ulteriormente la Corte che in capo alla banca abusiva finanziatrice si pone invece, verso il ceto creditorio, una responsabilità aquiliana ex art. 2043 c.c. se del caso in concorso con quella degli organi sociali. Sia nell'azione ex artt. 2394-bis c.c. e 146 l. fall. contro gli amministratori, sia nell'azione ex art. 2043 c.c. contro la banca finanziatrice, il curatore non fa valere un danno subìto nella propria sfera individuale dal creditore, quale conseguenza immediata e diretta del comportamento denunciato, ma i danni che abbiano colpito il ceto creditorio.

Il concorso con gli organi sociali ex art. 146 l. fall.. In conclusione, i Giudici di Legittimità osservano come la responsabilità della banca abusiva finanziatrice possa porsi in concorso con quella degli organi sociali ex art. 146 l. fall., sicché il curatore potrà esercitare nei loro confronti l'azione per l'inosservanza degli obblighi inerenti alla conservazione dell'integrità del patrimonio sociale quando questo risulti insufficiente al soddisfacimento dei crediti. Ove poi la diminuzione del patrimonio sociale sia dipesa dal fatto concorrente di un terzo - qual è la banca che abbia continuato a offrire credito senza il rispetto delle regole prudenziali del finanziamento alla clientela – il curatore potrà invocarne la responsabilità solidale con gli amministratori, ai sensi dell'art. 2055 c.c. quale fatto causatore del medesimo danno. Non occorre però, specificano i Giudici, che siano contestualmente intraprese le due azioni, verso gli organi sociali e verso le banche terze. Pur quando, infatti, sia allegata la loro responsabilità concorrente, per avere con le rispettive condotte cagionato il medesimo danno, ai sensi dell'art. 2055 c.c., le obbligazioni restano solidali ed i responsabili meri litisconsorti facoltativi. Il curatore, pertanto, non è onerato di allegare in giudizio, a pena di inammissibilità, l'astratta sussistenza di un fatto di reato ex art. 240 l. fall. commesso dagli amministratori, o di chiederne al tribunale l'accertamento in via incidentale.

Conclusione. La Corte di Cassazione con l'ordinanza in commento ha quindi accolto i motivi di ricorso formulati dalla curatela fallimentare enunciando i principi di diritto sopra richiamati.

Fonte: dirittoegiustizia.it