La Corte dichiara l'inammissibilità del ricorso risolvendo entrambe le questioni giuridiche sopra riportate in senso negativo.
In particolare è principio consolidato della giurisprudenza del Supremo Collegio che l'eccesso di potere giurisdizionale per invasione della sfera riservata al legislatore, denunciato in sede di ricorso alle Sezioni Unite contro la sentenza di un giudice speciale, si può configurare solo quando questo giudice abbia applicato non già la norma esistente, ma una norma da lui creata, esercitando, di conseguenza, un'attività di produzione normativa che non gli appartiene e non, invece, quando tale giudice si sia limitato al compito interpretativo che gli è proprio, anche se come conseguenza di tale attività interpretativa si sia avuto un provvedimento abnorme o anomale. In questi casi, infatti, secondo le Sezioni unite, si può eventualmente profilare un error in iudicando del giudice ma non una violazione dei limiti esterni della giurisdizione (il principio è pacifico nella giurisprudenza della Corte Suprema: tra le tante, tutte citate in motivazione, si vedano Cass. civ., sez. un., n. 15569/2021; Cass. civ., sez. un., n. 1034/2019; Cass. civ., sez. un., n. 27755/2018; Cass. civ., sez. un., n. 20169/2018; Cass. civ., sez. un., n. 20360/2013; Cass. civ., sez. un., n. 22784/2012).
Chiarisce a tal proposito la Corte che l'eccesso di potere per sconfinamento del giudice amministrativo nell'ambito della sfera riservata alla potestà legislativa è un evento estremo e “al contempo marginale nell'esperienza del diritto”, diritto che vive sia nella legge che nell'applicazione e interpretazione che di questa legge forniscono i giudici; con la conseguenza che, se il giudice amministrativo compie un'attività ricostruttiva del sistema normativo dando un certo senso alla norma applicata, l'eventuale errore commesso in questa ricostruzione non può tramutarsi in un eccesso di potere giurisdizionale sindacabile dalle Sezioni Unite.
Del resto, ricorda la Corte, la negazione in concreto di tutela alla situazione soggettiva azionata, determinata dall'erronea interpretazione delle norme sostanziali nazionali o dei principi del diritto europeo da parte del giudice amministrativo, non concreta eccesso di potere giurisdizionale per omissione o rifiuto di giurisdizione così da giustificare il ricorso previsto dall'art. 111, comma 8, Cost., atteso che l'interpretazione delle norme di diritto costituisce il proprium della funzione giurisdizionale e non può integrare di per sé sola la violazione dei limiti esterni della giurisdizione, che invece si verifica nella diversa ipotesi di affermazione, da parte del giudice speciale, che quella situazione soggettiva è, in astratto, priva di tutela per difetto assoluto o relativo di giurisdizione (Cass. civ., sez. un., n. 10087/2020; Cass. civ., sez. un., n. 19175/2020; Cass. civ., sez. un., n. 32773/2018).
Sicché il controllo del limite esterno della giurisdizione affidato dalla norma costituzionale alla Corte di Cassazione, non include il sindacato sulle scelte ermeneutiche del giudice amministrativo, suscettibili di comportare errori "in iudicando" o "in procedendo" per contrasto con il diritto dell'Unione europea, salva l'ipotesi, "estrema", in cui l'errore si sia tradotto in una interpretazione delle norme europee di riferimento in contrasto con quelle fornite dalla Corte di giustizia europea, sì da precludere l'accesso alla tutela giurisdizionale dinanzi al giudice amministrativo (Cass. civ., sez. un., n. 12586/2019; Cass. civ., sez. un., n. 2242/2015).
Il CGARS ha interpretato la normativa denunciata nel ricorso e succedutasi nel tempo al fine del riscontro della legittimità dei provvedimenti amministrativi impugnati innanzi a sé, svolgendo quell'attività ermeneutica di individuazione delle norme applicabili al caso concreto, e del loro significato, attività che è il proprium della giurisdizione e che, di conseguenza, non può integrare eccesso di potere giurisdizionale.
Quanto alla seconda questione, ossia alla ammissibilità della richiesta diretta ad ottenere una pronuncia nell'interesse della legge ex art. 363 c.p.c. che enunci un principio di diritto a chiarimenti della portata retroattiva o innovativa dell'art. 2, comma 3, della l.r. n. 15/1991, la Corte la risolve in senso negativo.
Infatti esse chiariscono che il loro compito è di regolare la giurisdizione, potendo in questo ambito specifico pronunciare ai sensi dell'art. 363 c.p.c., cioè avuto riguardo alle norme sulla giurisdizione. Ma non è ammissibile un intervento nomofilattico in sede di regolamento di giurisdizione che investa le norme che il giudice speciale è tenuto ad applicare ai fini della risoluzione della controversia ad esso affidata e rispetto alla quale è munito di giurisdizione; ciò perché un tale intervento sarebbe esorbitante rispetto ai poteri affidati alle Sezioni Unite in quanto giudice della giurisdizione e comporterebbe una invasione dell'ambito materiale della giurisdizione del giudice speciale. In senso conforme sulla inammissibilità dell'enunciazione del principio di diritto, la Corte ha affermato che la richiesta di pronuncia del principio di diritto ai sensi dell'art. 363 c.p.c. rivolta alle Sezioni Unite dalla Procura generale presso la sezione giurisdizionale della Corte dei conti non merita accoglimento ove il ricorso sia finalizzato esclusivamente ad ottenere un'affermazione di massima su ambiti estranei alle competenze della Corte di cassazione (in questo caso la S.C. ha affermato il principio di cui alla massima, con riferimento ad un ricorso della Procura Generale della Corte dei conti volto ad ottenere l'enunciazione di un principio di diritto sul merito dell'attività giurisdizionale del giudice e più specificamente, sul potere della Corte dei conti di emettere pronunzie di accertamento negativo aventi ad oggetto l'esercizio dei poteri istruttori del P.M. contabile: Cass. civ., sez. un., n. 19700/2010).