In precedenza, Cass. pen. 6 giugno 2019, n. 31920, aveva affermato che il delitto di peculato per omesso versamento, da parte dal concessionario del servizio di ricevitoria del lotto, delle giocate riscosse per conto dell'Azienda Autonoma Monopoli di Stato si consuma allo spirare del termine indicato nella intimazione che l'amministrazione è tenuta ad inviare, realizzandosi in tale momento la certa interversione del titolo del possesso.
A fondamento di questa conclusione, la Corte aveva osservato che, nell'ipotesi di ritardo prolungato oltre la scadenza del termine ultimo fissato nell'intimazione di provvedere all'adempimento sotto comminatoria della revoca della concessione, la sottrazione per un lasso temporale ragionevolmente apprezzabile del denaro alla disponibilità dell'ente pubblico, cui la somma deve essere riversata, realizza una inversione del possesso uti dominus idonea ad integrare la fattispecie di cui all'art. 314 c.p.
Nell'occasione, la Corte aveva anche rilevato che il delitto di peculato si pone in rapporto di progressione criminosa con il diverso reato, conseguentemente assorbito, di cui all'art. 8 della legge 19 aprile 1990, n. 85, che si configura nel caso di iniziale ritardo del versamento oltre il termine di giovedì della settimana successiva a quella della raccolta delle giocate, e, invece, di concorrenza con l'illecito amministrativo di cui all'art. 33, comma 2, legge n. 724/1994, che è integrato in ogni caso di ritardato pagamento dei proventi del gioco del lotto.
La decisione oggi in esame giunge a conclusioni diverse.
La stessa precisa innanzitutto che il concessionario del servizio di ricevitoria del gioco del lotto è soggetto che esercita un pubblico servizio, e rientra, quindi, nella categoria degli incaricati di pubblico servizio, qualifica soggettiva che deve necessariamente ricorrere in capo all'agente perché sia configurabile il delitto di peculato. Osserva in proposito, in primo luogo, che l'utilizzo di una macchina per la raccolta delle scommesse e la emissione degli scontrini, ossia le attività concretamente svolte dal gestore della ricevitoria del lotto, non eliminano «la mediazione umana e con essa i profili di agire discrezionale» - come quelli inerenti alla corretta esecuzione delle attività di raccolta delle somme di denaro giocate – dal cui cattivo uso sono fatte legislativamente derivare forme di responsabilità, anche penale». Rappresenta, inoltre, che la c.d. “delegificazione” della materia dei giochi pubblici al fine di assicurare maggiori entrate, prevista dall'art. 2, comma 3, d.l. 13 agosto 2011, n. 138, convertito con modificazioni dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, il quale ha attribuito poteri di regolamentazione direttamente al Ministro dell'Economia e delle Finanze, non nega, ma riafferma il requisito legislativo della disciplina ad opera di «norme di diritto pubblico» e di «atti amministrativi».
Pur avendo posto la premessa della qualifica di incaricato di pubblico servizio del concessionario del servizio di ricevitoria del gioco del lotto, la decisione evidenzia che, ai fini della configurabilità del peculato, non è sufficiente l'omesso tempestivo riversamento delle somme da tale soggetto all'Amministrazione neanche in caso di decorso del termine ultimo fissato nell'intimazione per provvedere all'adempimento a pena di revoca della concessione.
Nello svolgimento del discorso giustificativo a fondamento di tale principio, la Corte premette che, ai fini della integrazione del delitto di peculato, è necessario il verificarsi di una condotta di “appropriazione” e che questa non è agevolmente ravvisabile in caso di condotta omissiva, seguita da un tardivo versamento, sia pure oltre il termine massimo stabilito dalla legge, a differenza di quanto avviene nel caso di condotte attive, come quella in cui denaro viene versato su conti correnti propri, e non su quelli “dedicati” dall'ente pubblico.
Osserva, poi, che, in riferimento a situazioni analoghe, come quella del concessionario della riscossione di tasse automobilistiche e del notaio che agisce quale sostituto di imposta, la giurisprudenza ha escluso che il mero ritardo nel riversamento delle somme integri, di per sé, l'appropriazione necessaria per la configurabilità del peculato (si citano Cass. pen., sez. VI, 19 novembre 2019, n. 5233 e Cass. pen., sez. VI, 2 febbraio 2021, n. 16786).
Rappresenta, quindi, che la non coincidenza tra tardivo versamento ed appropriazione trova precisa conferma nella disciplina di settore relativa al tardivo adempimento da parte del concessionario del servizio di ricevitoria del gioco del lotto, la quale delinea una sorta di progressione nella gravità delle condotte illecite.
Segnala, infatti, che la prima disposizione a venire in rilievo è quella di cui all'art. 33, comma 2, legge 23 dicembre 1994, n. 724, in forza della quale «il ritardato versamento dei proventi del gioco del lotto è soggetto a sanzione amministrativa stabilita dall'autorità concedente nella misura minima di lire 200.000 e massima di lire 1.000.000 oltre agli interessi sul ritardato pagamento nella misura di una volta e mezzo gli interessi legali». Rileva, inoltre, che, a norma dell'art. 8, comma 1, legge 19 aprile 1990, n. 85, «il raccoglitore del gioco del lotto che effettua il versamento dei proventi estrazionali della raccolta oltre il giorno di giovedì della settimana successiva all'estrazione è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a due milioni», e che, per di più, il medesimo art. 8, nel comma 2, esclude la punibilità se l'agente esegue il versamento in modo frazionato, adempiendo totalmente entro sette giorni dal ricevimento di apposito avviso dell'ufficio competente.
Osserva, quindi, che, tenuto conto di queste previsioni, la risposta sanzionatoria deve essere parametrata alla gravità della condotta contestata.
Conclude, pertanto, che la fattispecie di peculato non può ricorrere in presenza di «mere, seppur deplorevoli, inadempienze contrattuali», ma deve ritenersi configurabile «nei soli casi in cui dalle caratteristiche del fatto emerga senza ombra di dubbio l'inversione del titolo del possesso, vale a dire che l'agente abbia agito uti dominus».
Infine, la pronuncia oggi in esame, in applicazione del principio appena indicato, rileva che entrambe le sentenze di merito non evidenziano una condotta di appropriazione da parte dell'imputata, perché questa risulta essersi dovuta assentare dal lavoro per motivi di salute nel periodo rilevante, e, conseguentemente, inducono a ritenere che la condotta della stessa deve ritenersi di mero ritardo nel versamento, seppure questo è stato effettuato ben oltre il termine dell'intimazione. Aggiunge, ad ulteriore specificazione, che non è corretto ravvisare il reato di peculato osservando, come fa la sentenza impugnata, che l'imputata avrebbe potuto impartire direttive al marito, perché questa soluzione trasformerebbe, surrettiziamente, la fattispecie di cui all'art. 314 c.p. in delitto colposo.