Con la Manovra c'è il rischio di una rivolta fiscale delle imprese

16 Dicembre 2019

L'Avvocato Francesco Giuliani, con un intervento pubblicato su La Repubblica, fornisce una chiave di lettura alla imminente Manovra 2020 che a suo avviso "[...] rischia di esasperare l'approccio da "duri contro il crimine". Meglio una riforma che semplifichi la normativa tributaria, fondata sulla cooperazione tra fisco e contribuente: semplicità ed equità per recuperare la fiducia dei contribuenti e la loro fedeltà fiscale"

Il tema delle manette agli evasori si ripresenta periodicamente nel nostro Paese, di solito nei momenti di crisi dove la figura dell'evasore diventa un facile bersaglio per il populismo.

L'argomento è tornato di grande attualità da quando il governo ha indicato tra le sue priorità l'inasprimento delle sanzioni per i reati di natura tributaria. Il decreto fiscale collegato alla manovra di bilancio per il 2020 punta, infatti, sulla repressione del fenomeno dell'evasione fiscale: inasprimento delle pene, abbassamento delle soglie di punibilità, estensione ai reati tributari dell'applicazione di confisca e sequestro "per sproporzione" e della responsabilità amministrativa degli enti ai sensi della L. 231/2001. Questo inasprimento si basa sulla recente riforma introdotta dal D.Lgs. n. 158/2015 che ha introdotto meccanismi premiali legati all'integrale pagamento delle somme richieste dall'erario.

Un approccio di questo tipo alla politica tributaria appare profondamente sbagliato, soprattutto a fronte dell'iniquità di un sistema fiscale troppo spesso inefficiente: basti pensare alla recente vicenda degli ISA, le cosiddette pagelle fiscali, in cui l'ultimo aggiornamento allo strumento che dovrebbe definire la "presunta onestà" dei contribuenti è arrivato a poche ore dal termine di presentazione della dichiarazione, già slittato di mesi. È inaccettabile arrivare alla situazione attuale in cui il contribuente - sino al giorno prima della scadenza del termine per la presentazione della dichiarazione dei redditi relativi all'anno precedente - non sa ancora se per il suo Governo rientri tra i presunti onesti.

Ecco perché risulta intollerabile che uno Stato come l'Italia - le cui leggi non consentono al contribuente di determinare correttamente le proprie scelte perché la legge è complessa e poco chiara, i tempi della giustizia lunghi, la giurisprudenza ondivaga e l'esito incerto - decida di abbassare ancora la soglia di ingresso in questo inferno penal-tributario, dando allo stesso tempo una via d'uscita attraverso il pagamento immediato di quanto richiesto. Va detto molto brutalmente, le due strategie normative abbinate portano alla mente la spiacevole immagine delle confessioni estorte a seguito di tortura, nelle quali l'interrogato dopo un pò è disposto a confessare qualsiasi cosa, pur di smettere di essere torturato.



Peraltro è utile ricordare che l'efficacia dell'approccio tough on crime (duri contro il crimine), del quale l'invocazione della pena di morte è cavallo di battaglia, è stata di recente smentita da uno studio pubblicato nel dicembre 2018 relativamente alla capacità deterrente della pena di morte sul numero di omicidi. Ebbene, questo studio mostra chiaramente che gli omicidi quasi ovunque diminuiscono subito a partire dal periodo immediatamente successivo alla abolizione della pena di morte (e un andamento simile è stato osservato anche dove si giustiziavano meno detenuti).

E nemmeno si può utilizzare come modello la "tolleranza zero" applicata con risultati encomiabili da Rudolph Giuliani da sindaco di New York. Tale approccio, infatti, si fonda su regole predeterminate e sulla certezza ed equità nell'applicazione automatica delle sanzioni, anche per piccole infrazioni.

Forse non si arriverà mai ad un mondo nel quale i contribuenti vedranno le imposte come "una cosa bellissima" (come nella nota citazione del compianto ministro Padoa Schioppa), ma puntare tutto sulla repressione - senza prima farsi carico dei problemi veri del sistema, in un contesto di incertezza e diseguaglianza come quello italiano - rischia di avere il risultato opposto, cioè di provocare uno spaventoso effetto criminogeno che potrebbe indurre una fascia ampia di imprese alla rivolta fiscale.

L'urgenza di una riforma del nostro sistema fiscale appare perciò sempre più pressante. Una riforma che parta dalla semplificazione e codificazione della normativa tributaria, fondata in modo sostanziale (e non soltanto formale) sulla cooperazione tra fisco e contribuente (sulla falsariga di quanto fatto con la cosiddetta cooperative compliance, oggi disponibile solo per le grandissime aziende), una riforma che attraverso la semplicità e l'equità possa recuperare la fiducia dei contribuenti e la loro fedeltà fiscale.



Questo quadro, già di per se funesto, è reso ancora più fosco dalla crisi profonda del processo tributario, dove il contribuente si vede costretto ad entrare da presunto colpevole in una costruzione processuale palesemente inquisitoria e nella quale lo sbilanciamento delle parti in giudizio fa sì che, nelle more del processo, molti contribuenti siano costretti ad avviare le procedure fallimentari prima di poter vedere concluso il processo, rendendo l'eventuale successo giudiziale una vittoria di Pirro.

A chi, come me, spende le sue giornate a difendere i contribuenti, appare profondamente ingiusto accomunare agli evasori veri quella moltitudine di imprese oneste che - per responsabilità da attribuire alla scarsa qualità della legislazione tributaria - si trovano imbrigliate in procedimenti tributari complessi, lunghi, dall'esito incerto e che mettono a rischio il futuro del tessuto economico e imprenditoriale del nostro Paese.

La cruda realtà, purtroppo, è che oggi l'Italia non ha un sistema degno di chi è stato la culla della cultura giuridica.

Fonte: La Repubblica

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